Alessia Donà
Alessia Donà
Le pari opportunità. Condizione femminile in Italia e integrazione europea, prefazione di Sergio Fabbrini, Roma-Bari, Laterza 2006, pp. 136.
Il testo analizza la condizione femminile nel nostro paese con un’ottica particolare, valutando cioè l’influenza che le politiche europee hanno avuto negli stati membri e in specifico in Italia.
E’ convinzione dell’autrice, infatti, che nel nostro paese la condizione delle donne presenti ancora oggi un gap, rispetto agli altri paesi dell’Unione.
Vale la pena ricordare che l’Italia è stato tra gli ultimi paesi in Europa a concedere il voto alle donne, che venne esercitato per la prima volta nel 1946, dopo la fine della Seconda guerra mondiale. In pratica, però, dal secondo dopoguerra in poi ogni volta che l’Italia ha prodotto un provvedimento di difesa della condizione femminile o di contrasto alle disuguaglianze, come dimostra in modo documentato l’autrice, ciò è accaduto in conseguenza diretta dell’applicazione di una norma comunitaria.
Il libro, ripercorrendo le vicende storiche relative alle politiche sulla condizione femminile nel nostro paese, conferma nettamente l’impressione che chi da tempo si occupa di queste questioni ha maturato, cioè che senza lo stimolo - ed in molti casi l’obbligo - dell’Europa, l’Italia difficilmente avrebbe prodotto interventi legislativi di questa natura.
Non fosse altro perché la scarsissima presenza di donne nel Parlamento italiano ha fatto sì che l’impatto diretto della politica al femminile sulle scelte sia stato molto limitato, se non in alcuni momenti storici precisi, riferiti alle battaglie per i diritti civili (divorzio e aborto), degli anni ’70, condotte da un movimento delle donne allora molto attivo e che aveva trovato il sostegno della parte laica e progressista del parlamento.
Anche l’Europa, tuttavia, ha avuto modulazioni diverse delle politiche rivolte alla condizione femminile. Nella prima formulazione del Trattato Roma (1957) l’uguaglianza salariale tra uomini e donne non era vista nell’ottica di una politica antidiscriminatoria, ma solo come un provvedimento volto a non creare turbative di mercato, per evitare che i paesi dove il lavoro femminile era più diffuso (essendo meno retribuito di quello maschile) fossero favoriti rispetto agli altri (cfr. p. 22). A questo riguardo, occorre attendere fino al 1977 per l’emanazione, in Italia, della legge di recepimento della norma europea che impone la parità salariale tra uomini e donne.
Di fatto è solo con gli anni ’80, quando con l’ingresso dei paesi del nord nell’Europa comunitaria si supera nel Parlamento europeo la soglia di “massa critica” del 30% di componenti donne, che si inizia a produrre una vera e propria politica di genere nell’ambito delle istituzioni europee (cfr. p. 90).
Ciò accade perché in questi paesi la legislazione era già molto più avanzata di quanto non lo fosse nei paesi del sud del nostro continente. Il voto femminile, ad esempio, era una realtà da tempo (in Finlandia fin dal 1906), esistevano politiche di welfare che prevedevano concreti interventi a sostegno del lavoro delle donne, quali il part-time (allora praticamente inesistente in Italia) i servizi sociali per l’infanzia erano diffusi capillarmente e una quota elevata della spesa sociale di quei paesi era indirizzata al sostegno della famiglia.
L’analisi dei modelli di welfare state e la loro correlazione con il lavoro femminile ed il tasso di natalità, contenuta nel testo di Donà, è particolarmente interessante, infatti viene evidenziato come le politiche di sostegno abbiano prodotto nel tempo, nei paesi che le hanno applicate, anche il mantenimento di un più elevato il tasso di natalità, mentre in Italia, questo è sceso costantemente (cfr. cap. IV).
L’Europa avvia dunque per impulso delle donne parlamentari una politica di sostegno alla parità nel lavoro e nella politica.
Ciò si traduce in Italia in un’azione di sostegno alle pari opportunità che nel 1983 porta alla nascita del Comitato per le Pari Opportunità presso il Ministero del lavoro; nell’84 alla istituzione delle Consigliere di Parità in ambito regionale e successivamente provinciale; nel 1985 all’insediamento della Commissione Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Gli anni ’90 segnano il passaggio dalle politiche di pari opportunità a quelle di azione positiva, con l’emanazione di due significativi provvedimenti legislativi: la legge 125/91 “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo donna nel lavoro“, a cui segue l’anno successivo la legge 215/92 “Misure a favore dell’imprenditoria femminile “, seguite da importanti corollari alla legge 903 del ’77, in materia di comportamenti antidiscriminatori sul lavoro. Dal 1996 è attivo il Ministero delle Pari Opportunità, creato per la pressione congiunta esercitata dalle politiche di mainstreaming europee e dalla Piattaforma di azione approvata dalla Conferenza Internazionale di Pechino del 1995. Del 2000 è poi la legge 53 che disciplina i congedi parentali.
L’analisi di Donà è particolarmente interessante quando affronta il tema del rapporto tra movimento delle donne e strutture del “femminismo di Stato”. Il movimento delle donne in Italia, secondo l’autrice, si è tenuto in buona parte distante da questo ambito, preferendo dedicarsi all’approfondimento di temi culturali (riproduzione, sessualità, ecc.), e ciò ha fatto sì che la quantità di donne impegnate politicamente in Italia sia stata inferiore rispetto agli altri paesi europei. In pratica gli spazi aperti in ambito istituzionale, non si sono tradotti in una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica del paese. Inoltre, le varie strutture che agiscono sul versante delle pari opportunità non si sono effettivamente integrate nell’ambito del sistema di governo.
L’autrice dedica una parte cospicua del libro (cap. V) all’analisi del rapporto tra donne e politica in Italia: quest’ultima risulta essere, ancora oggi, il paese dell’Unione dove le donne sono meno presenti nelle assemblee elettive, nonostante il fatto che l’Italia, recependo le insistenze dell’Europa in questa direzione, abbia approvato nel 2003 una modifica della Costituzione che avrebbe dovuto promuoverne l’accesso alla politica.
Donà, in questa parte del testo, analizza sia il voto femminile che la presenza delle donne nei partiti dal dopoguerra ad oggi. Il dato emergente è che mentre tutti i partiti politici hanno cercato di catalizzare l’attenzione dell’elettorato femminile dai primi decenni della vita repubblicana fino agli anni ’70, e ciò è avvenuto in particolare per la Democrazia Cristiana, sono stati invece i partiti di sinistra, il PCI in particolare, a promuovere canali di accesso delle donne in parlamento e dentro i partiti.
Nella cosiddetta Seconda repubblica questo voto si è rivolto in parte diversamente, le donne più anziane ed in particolare quelle che non lavorano, si sono orientate verso il centro destra, mentre quelle più giovani e attive professionalmente verso il centro sinistra. Dal punto di vista degli interventi per la promozione della presenza femminile in ambito parlamentare, il dibattito è tuttora aperto, ma non è stato introdotto alcun sistema di quote obbligatorie. Negli ultimi anni, tuttavia, i partiti che fanno riferimento all’area di centro-sinistra hanno adottato norme di riequilibrio di genere, che ha dato risultati quantomeno sul piano della struttura organizzativa interna.
In conclusione Donà ricorda che la “Strategia quadro per la parità di genere 2001-2005 “, elaborata dalla Commissione Europea, sottolinea come la sottorappresentanza politica femminile segni un fondamentale deficit democratico che richiede iniziative a livello comunitario. Ma “la cittadinanza politica delle donne passa anche attraverso la conquista di una cittadinanza sociale“ (p. 104), sottolinea l’autrice, perché la parità politica si sostanzia con la parità nell’ambito economico, sociale, familiare e viceversa, ma ciò è possibile solo in presenza di uno “stato amico delle donne”, che garantisca adeguati livelli di welfare. E ciò è vero anche nella fase di allargamento dell’Unione europea.
Perciò la presenza di un livello sovranazionale, continuerà ad essere anche nei prossimi anni il vettore di riferimento per il miglioramento della condizione femminile nel lavoro, nella famiglia e nello Stato e per le donne italiane questa è una buona notizia.
Maria Maltoni
(Ass. Attività produttive, Politiche di conciliazione e Pari Opportunità – Comune di Forlì)


